note storiche - Parrocchia San Giovanni - Avezzano AQ

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di Giovanni Pagani



Tra le costruzioni di maggior rilievo, di cui veniva arricchendosi la città di Avezzano nella prima metà del Trecento, va annoverata la chiesa di San Francesco, oggi di San Giovanni Decollato, in località prossima al diruto castello degli Orsini-Colonna. Essa, fra le altre antiche del luogo, completamente scomparse, non è priva di importanza nella storia dell'architettura medioevale della regione, sebbene attraverso il tempo sia venuta a perdere ogni traccia della sua originaria struttura. Elementi trecenteschi dell'edificio sacro, emersi in seguito al disastro tellurico del 1915, hanno mostrato chiaramente che la costruzione può essere attribuita alla prima metà del secolo XIV. Ciò è confermato dall'autorevole giudizio, in proposito espresso dal Gavini nella sua pregevole Storia dell'Architettura in Abruzzo (1).
 
Il Di Pietro nell'"Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi " (2) ritiene che la chiesa, appartenente al Minori Conventuali, debba risalire all'epoca di San Francesco. L'erronea opinione va imputata non solo alla ingenuità, quasi abituale in materia artistica da parte del Di Pietro e di altri scrittori di cose locali, ma anche e precipuamente alla circostanza che, all'epoca della composizione della sua opera, all'illustre storico venivano meno gli elementi posteriormente scoperti, indispensabili per un esame critico, capace di determinare una più precisa assegnazione nel tempo. Infatti la chiesa appariva, prima del terremoto marso del 1915, come un palinsesto indecifrabile, essendo stata sottoposta ad ampliamenti, trasformazioni e sovrastrutture tali, che il riconoscere l'orientamento dell'organismo dell'intero edificio era impresa del tutto impossibile. E fu proprio in seguito al disastro tellurico che vennero alla luce avanzi monumentali della costruzione trecentesca, dei quali alcuni, liberati dalle sovrapposizioni moderne ed altri sparsi fra le macerie, fornirono dati sufficienti per un esame valutativo sicuro. Detti avanzi originariamente integravano gli elementi, che costituivano una grande aula, soggetta nel 1700 ad opera di stuccatura, situata fra l'antica torre campanaria ed il resto dell'edificio sacro, rimodernato secondo i canoni del tardo barocco, e ricomparso nella sua vera struttura in conseguenza del terremoto.

L'aula consisteva in due grandi campate, coperte a crociera a sesto acuto e divise da un'arcata ogivale, che poggiava su pilastri polistili, dei quali erano rimasti tutti gli elementi per una ricostruzione; e non si spiega la causa della totale trascuraggine, in seguito alla quale ebbe a verificarsi la indefinibile distruzione anche dei detti resti. I piedritti dell'arco divisorio presentavano presso a poco caratteri identici ed erano costituiti di colonne sporgenti e di colonnine cantonali, che trovavano rispondenza ad ogni angolo dell'aula a forma rettangolare. A tali stipiti si riferivano anche gli elementi verticali di archi a sesto acuto, appoggiati alle pareti, che resistettero al terremoto.
  
Oltre agli elementi esaminati, che mostrano la prevalenza del gotico sul romanico, per quanto l'architettura nordica, con difficoltà, venne ad esercitare penetrazione nelle costruzioni religiose della regione dei Marsi, come in altre regioni d'Italia, apparvero alcuni capitelli, appartenerci senza dubbio all'arte gotica, la quale accoglieva infinite variazioni di temi vegetali nella maniera decorativa dei detti elementi architettonici. Infatti essi presentavano una libera interpretazione delle tradizionali foglie di palma, senza ripiegamenti, e su di esse poggiava una semplice tavoletta rettilinea, in funzione di plinto; in uno dei capitelli delle colonnine cantonali l'uniformità del fogliame era interrotta dalla rappresentazione di un'aquila in piedi, di uso comune nella decorazione tanto romanica che gotica.
 
L'architettura gotica francescana, alla quale appartenne la chiesa di San Francesco di Avezzano, seguì in ordine cronologico, senza però riceverne derivazione o influssi diretti, quella cistercense, di cui apparve il primo modello, proprio all'epoca del Santo d'Assisi, nell'abazia di Fossanova, iniziata nel 1187 e consacrata nel 1208; e la prima costruzione francescana, che è tra le più belle del gotico italiano, fu iniziata sulla tomba del Santo nel 1228 e completata dieci anni dopo circa. Posteriormente apparve in Italia una fioritura di costruzioni francescane, che, secondo l'indole della regola, presentavano struttura semplice, non prive tuttavia di armoniosa serenità, spirante l'ingenua freschezza di una lauda di Fra Iacopone. In dette costruzioni lo stile gotico non fu mai accettato integralmente, e penetrò con lentezza nel sistemi prevalenti nelle singole regioni, influenzandone piuttosto le parti che il tutto, e scegliendone i motivi, derivati dall'adattamento dello stile alle variabili circostanze d'ambiente. Le condizioni accennate, peculiari dell'architettura gotica francescana in genere, non potevano essere estranee a quella marsa, per cui il nuovo stile anche della nostra regione ottenne accoglienza tardiva dei suoi motivi; ciò avvenne nella prima metà del '300, particolarmente con l'apparizione di chiese francescane, perché il romanico, come e dimostrato dai monumenti medioevali del luogo, prevalse assoluto per quasi tutto il '200, ancora sotto il fascino della meravigliosa attività artistica benedettina, che per considerevole corso di tempo aveva esercitato un influsso notevole nella Marsica.

Nella nota a pagina 304 della "Raccolta di Memorie Istoriche delle Tre Province degli Abruzzi" di Ludovico Antinori si legge che l'aula, di cui si è dianzi parlato, sarebbe stata la sacrestia della chiesa; tale opinione però non è il risultato di un particolare studio sulla cosa da parte dell'autore citato, sibbene trattasi di un riferimento, che l'Antinori fa alle " Notizie del Convento di S. Francesco di Avezzano " dell'Aloysi, che aveva precedentemente affacciata tale ipotesi. Ma sta di fatto che le modificazioni ed i riattamenti, che con larghezza vi si erano operati in tempi di molto anteriori al terremoto del 1915, rendevano difficile persino l'orientamento del complesso dell'edificio.
Altri elementi poi di rilevante valore storico vengono a fornire la prova che la edificazione della chiesa di San Francesco in Avezzano non fu posteriore alla prima metà del trecento; essi consistono in due pietre tombali, rimaste infisse sul pavimento dell'aula gotica ancora dopo il disastro tellurico, e testimoniano la morte epidemica, subita da due personaggi dell'epoca.

L'Antinori nella sua opera citata, riferendosi alle due lapidi, così scrive "Fra i morti di quest'anno (1363) colla infezíone della peste, si possono contare in Avezzano due personaggi qualificati, probabilmente l'uno Capitano a Giustizia, e l'altro Giudice Assessore dello Stato d'Albi, e in Avezzano residenti. Il primo fu Roberto Carafa di Capoa Cavaliere, cui fu in lapida sepolcrale scolpita l'immagine giacente con cappa corta, collana d'ordine militare e spada. L'arme gentilizia da' lati consistenti in due fasce orizzontali. (Hic Domnus Robertus Carafius de Capoa Miles. A. D. 1363 e vi è lo stemma di due fasce con sopra rastrello). L'altro ebbe forse nome Ugolino di Giovanni, e fu scolpita anche di lui l'immagine con mantello talare e guanti. (A. D. 1363 - Hic lacet Hugís Ioliannis de Pro... e vi è l'arme di sei monti nel basso, e nell'alto due rose. L'Alovisi leggeva miles Ioliannes). Tutti e due furono umati nella chiesa dei Minori Francescani " (3).
 
I due personaggi citati risiedevano in Avezzano, perché dopo la battaglia di Tagliacozzo, come già è stato ricordato, centro della Contea di Albe era divenuta Avezzano, ove prese stanza la Corte baronale, quando la Contea stessa passò sotto l'amministrazione della Corte reale di Napoli, tramutandosi poi in dominio della casa regante angioina. Le pietre sepolcrali, che commemorano i due funzionari e si trovano nel Museo Civico di Avezzano, non si allontanano dagli usuali motivi dei monumenti funerari con figure a bassorilievo e con iscrizioni epigrafiche, di larga diffusione nel medioevo. Tali monumenti, addossati alle pareti o posti a fior di terra nelle chiese, mostrano per lo più interesse artistico alquanto scarso: nondimeno Dante ne fa richiamo nella seguente similitudine: " Come, perché di lor memoria sia sovra 1* sepolcri le tombe terragne portan segnato quel ch'elli eran pria... " (4).

Ora, l'antica chiesa di San Francesco, dedicata a San Giovanni Decollato, ricostruita dopo il terremoto, si presenta nel suo complesso, specie all'interno, in veste barocca, eccezion fatta per il portale cinquecentesco, già descritto in queste pagine, una volta appartenente alla chiesa di Santa Maria in Vico.
"Ma una delle cose più notevoli di San Giovanni è il dipinto del catino absidale, eseguito da un insigne pittore marsicano, il prof. Oreste Amiconi, nel 1924 e da lui stesso restaurato nel 1949, in seguito al danneggiamento subito durante il bombardamento del 17 gennaio 1944. È un dipinto di notevoli proporzioni, raffigurante il battesimo di Cristo. Non è di scuola moderna e non risente degli orientamenti che in questo secolo hanno dominato la scena artistica italiana. È piuttosto un dipinto, per cosi dire, accademico, ma eseguito con scrupolo e passione e che infine ha sortito l'effetto desiderato di intonarsi alle linee barocche della chiesa.

Indubbiamente il pittore aveva molti esempi cui riferirsi e benché nello schema generale appare che vi si sia riferito, ha egualmente eseguito un'opera abbastanza originale. La luce che viene dall'alto e che promana dallo Spirito Santo in veste di colomba, rompe le nubi e si proietta ad illuminare sia gli angeli, quasi discretamente in disparte, sia il fiume e le piante, sia il Cristo in atteggiamento di umiltà, sia il San Giovanni, che indubbiamente è la figura più bella e drammatica. È vestito di una pesante pelle, ma nelle parti scoperte e soprattutto nelle mani nervose porta il segno della lunga sofferenza e della lunga attesa. Anche il colore, ora forse un po' rovinato, concorre all'efficacia del quadro, caratterizzandone drammaticamente la struttura.

In breve, è un dipinto notevole, direi, come ho detto della chiesa, illustre, l'unico forse di Avezzano (l'unico almeno tra quelli che si possono liberamente ammirare). Resta solo da augurarsi che venga meglio illuminato e che in tal modo gli avezzanesi, entrando nella chiesa di San Giovanni, non lo guardino più distrattamente, poco distinguendone colori e figure " (5). Un'altra opera nuova di un certo rilievo è il pulpito in marmo bianco a forma di poligono, le cui facce sono decorate da bassorilievi, riproducenti scene della vita di Gesù, di pura fattezza: è sorretto da un'unica colonna centrale, anch'essa a forma poligonale variamente ornata con motivi vegetali. Autore ne è il prof. Pino Conti, scultore di pregio, che per più anni ha operato in Avezzano ed attualmente in Roma con buon successo.

Bernardino Iatosti riferisce (6) che l'antico fabbricato gotico della chiesa di S. Francesco fu diviso in due sezioni da un muro: la parte verso sud la trattennero i Padri Conventuali, che l'adibirono a sagrestia, e quella verso nord fu ceduta in permuta per una piccola casa al Fratelli della Congregazione di San Giovanni Decollato, i quali poterono così ingrandire la loro adiacente cappella. La notizia è importante al fini della conoscenza delle cause dell'attuale denominazione della chiesa, che dal 1718 al 1744 fu assai ampliata e modificata con la snella ed elegante facciata in pietra a scalpello rimasta quasi intatta nel terremoto del 1915 e restaurata dopo il triste evento. La sua pianta venne a risultare a croce latina, come si presenta oggi, sormontata da cupola non più ricostruita; l'altare maggiore era staccato dalla parete, su cui poggiava un artistico coro in legno eseguito nel 1847, e al di sopra figuravano tre grandi quadri, contraddistinti dal segno francescano, andati completamente distrutti.

Ai lati della nuova chiesa figuravano quattro cappelle, dì sepolcro gentilizio, appartenenti alle più antiche famiglie della città; le due principali, decorate con stucchi dorati e con dipinti, al pari della volta, secondo la maniera del tempo, erano state costruite dalle famiglie Minicucci e Milone: l'una era dedicata alla Concezione di Maria SS.ma, e l'altra a S. Giuseppe: in questa cappella, dentro un'urna finemente ornata, era posto alla venerazione dei cittadini il corpo di San Giustino Martire, portato da Roma ad Avezzano il 22 novembre 1721 ad opera del P. Francescantonio Parcari di nobile famiglia avezzanese, e collocato nella detta cappella, quando la chiesa era ancora in via di completamento. Sulla porta d'ingresso era situato un organo dal suono armoniosamente dolce, il cui ricordo torna sovente con note di gradito rimpianto. Il campanile fu colpito due volte dal fulmine, che ne abbatte la cuspide, la prima volta sollecitamente restaurata dai Padri francescani, ma la seconda volta lasciato in abbandono per lunghi anni.

All'intera nuova costruzione dovettero certamente contribuire le famiglie proprietarie delle cappelle e soprattutto i principi Colonna, figurando il loro stemma ai lati dell'altare maggiore e sull'ingresso del convento.
Dal Febonio e dal Corsignani si rileva che l'edificio del detto convento ebbe inizio al tempo degli Orsini, i quali parteciparono alle prime spese di costruzione: tale notizia è confermata dal Ridolfi (7). Lo stesso convento aveva pure subito una serie di trasformazioni e di riattamenti quasi dai primi tempi che, succedettero alla sua edificazione. Infatti verso la metà del secolo XIX si notava ancora che, per praticare l'apertura di alcune porte, che immettevano in ampi magazzini, erano stati irrimediabilmente sacrificati, gli affreschi, riproducenti episodi salienti della vita di San Francesco d'Assisi; tali affreschi erano stati eseguiti a spese di diverse famiglie avezzanesi, come si poteva desumere dalle armi gentilizie, che vi sovrastavano.

Sempre sulla metà dell'800 l'edificio venne ingrandito e migliorato, anche nella parte esterna: fu demolita l'antica scala, che immetteva al piano superiore, e ne venne costruita un'altra spaziosa, quasi solenne, che portava ad un salone tanto vasto, che forse non esisteva uno eguale nel palazzi dei più nobili e ricchi cittadini. I corridoi erano lunghi ed ariosi, le stanze numerose, grandi e ben tenute; vi spiccava una pregevole biblioteca; vi era un giardino delizioso, ricco di piante, di viali, di fontanine. Il convento aveva quindi tutti i requisiti per divenire sede delle Congregazioni Capitolari e degno di accogliere i più alti esponenti dell'Ordine. Cospicue rendite il cenoblo traeva dal beni posseduti in Avezzano, ma maggiori erano quelle tratte dalla grancia di Albe e specialmente dal terreni e fabbricati di quello soppresso in Popoli, per i quali beni i Francescani pagavano di sola imposta fondiaria 300 ducati annui. Durante la dominazione francese nel regno di Napoli, e precisamente nel 1809, il convento venne chiuso, tutti i suoi beni furono venduti a bassissimo prezzo, ed i frati quindi vennero espulsi dalla loro casa; il fabbricato fu assegnato al Comune di Avezzano, che vi pose gli uffici della Sottintendenza, ma con la restaurazione il convento fu ripristinato e reintegrato per decreto del re Ferdinando I di Borbone in data 20 aprile 1820, con una donazione forse superiore alle proprietà perdute.

In quello stesso tempo, il Consiglio provinciale dell'Aquila, spinto dai nemici di quel padri, presentò al re una supplica, per espellere i detti monaci dal loro monastero di S. Francesco e costringerli a passare in quello di Albe, dovendo lo stabile essere adibito a sede della Sottintendenza, del Giudicato d'istruzione, del Carcere distrettuale e della Caserma di gendarmeria. Cosi afferma il Cirillo (8), il quale si adopera egregiamente nel dimostrare insostenibili ed ingiuste le pretensioni del Consiglio Provinciale dell'Aquila e nel fare presente il grave danno, che deriverebbe alla popolazione avezzanese, qualora i frati abbandonassero il convento di Avezzano, per trasferirsi in Albe. Ma i religiosi non intendevano sottostare ad una simile imposizione, tanto più che non rinvenivano alcuna convenienza per i loro piani economici nel fissarsi in Albe, che avevano abbandonata, trascurandola completamente come residenza; sicché' il convento e la chiesa sarebbero andati in rovina per mancanza di manutenzione, se gli Albensi non si fossero mossi a reclamare ripetutamente presso l'autorità competente il ritorno dei Francescani, nonché le conseguenti necessarie riparazioni e riattamento dell'intero edificio del monastero, che era ridotto in condizioni veramente disastrose.
 
Le autorità governative disposero che il convento fosse soggetto a gravi ammende, se le giuste richieste degli albensi non fossero accolte dal Conventuali; questi non tardarono a provvedere secondo i desideri dei cittadini di Albe, riparando opportunamente la loro casa e tornando a risiedervi. Frattanto i Padri Conventuali di Avezzano, con a capo il dottissimo concittadino P. Bonaventura Lolli, avevano fatto reiterare, insistenti richieste al Comune, per rientrare in possesso del loro fabbricato, fino al punto da ottenerne la retrocessione con deliberazione decurionale in data 26 dicembre 1819. Gli stessi frati avevano proposto, in compenso, di aprire al pubblico una scuola gratuita, promettendo altresì al Comune una tantum la somma di 600 ducati; però mancarono alla parola data, appena tornati nel possesso dell'edificio. Al riguardo Bernardino latosti considerava: " ... la loro infedeltà ha ricevuto il meritato castigo " (9), perché il convento fu di nuovo soppresso con decreto del 17 febbraio 1861, e le rendite vennero esatte dal Governo fino a quando i beni non furono venduti all'asta pubblica.
 
I magnifici locali vennero utilizzati, per un certo periodo di tempo, ad uffici giudiziari, appena istituito il Tribunale, e successivamente a caserma dei Carabinieri, quindi dei Bersaglieri ed in ultimo del distaccamento di una Compagnia del 130 Reggimento Fanteria fino al terremoto del 13 gennaio 1915. Come si è potuto notare, parte integrante del complesso grandioso del convento e della chiesa di S. Francesco, era l'Oratorio della Confraternita della Misericordia sotto il titolo di San Giovanni Decollato. La cessione ai Confratelli di detta Congregazione della metà dell'antica chiesa gotica da parte dei Padri Conventuali portò all'ampliamento della sede dell'Oratorio medesimo, che assunse la figura di un lungo rettangolo, di cui oggi non è possibile rinvenire l'ubicazione precisa. Offriva sufficiente spazio al numerosi devoti per la frequenza delle funzioni religiose, ed era dotato di un altare di scelto marmo, consacrato a San Giovanni Battista, la cui statua era onorata in un piccolo vano annesso.
 
Sopra un altro altare si venerava il simulacro della Madonna Addolorata, che nelle processioni solenni, veniva rivestita di un abito di seta nero, riccamente ricamato con pregevoli decorazioni in oro. Ai lati del detto altare erano collocate due statue in legno, l'una della Maddalena, l'altra di S. Giovanni Evangelista. Nella sagrestia, fra vari e costosi arredi sacri, era conservata la statua del Cristo Morto, posto sopra una barella dorata e panneggiata a lutto. Tali immagini, non prive di qualche pregio artistico, furono acquistate intorno al 1870, sotto l'amministrazione del nobile Giuseppe Porcari con l'assistenza ecclesiastica del cappellano Padre Candido Peruzzi, entrambi benemeriti della Congregazione. È certo che i vecchi Avezzanesi riconoscono nelle statue indicate quelle, che sono sempre apparse nella processione della Settimana Santa; in detta processione i Confratelli indossano la veste nera con cappuccio, cingolo e corona del rosario, con colletto bianco e sul petto a sinistra l'effigie della testa recisa di San Giovanni Battista in un vassoio, che rappresenta l'emblema della Confraternita, riportato sullo stendardo e sul gonfalone. E cosi, in ogni funzione sacra, ove fosse richiesta la partecipazione diretta dei Confratelli, è sempre indossata la medesima veste con i medesimi segni, invariabilmente, da secoli.

Nell'archivio della Parrocchia si conserva l'"Istromento con cui la Confraternita della Misericordia in Avezzano si aggrega alla Confraternita della Misericordia di Roma". Il Parroco don Giullo Lucidi, in segno di vera amicizia, me lo ha affidato perché potessi prenderne personale e larga visione: esso consiste in un prezioso manoscritto di 113 pagine in latino, recante a lato la traduzione eseguita dall'illustre storico concittadino Tommaso Brogi, la cui benemerenza per l'amorevole studio della storia della terra nativa va oltre ogni riconoscente omaggio. Nel presentare la sua elegante traduzione dell'"Istromento" al Governatore della Confraternita, don Giuseppe De Clementi, il Brogi illustra l'antichità e l'importanza storica dell'istituzione, la cui origine, veramente singolare sotto tutti gli aspetti, dimostra il grado di civiltà e di organizzazione, cui era pervenuta la città di Avezzano, che, per quanto definita dall'esimio storico "piccola terra", riferendosi a quel tempo, era già per numero di abitanti e per sistemazione urbanistica la più eminente nella Marsica.

Ecco la nota di presentazione nel suo originario contesto: "Nell'epoca del medio evo fu una delle più utili istituzioni quella, che con il nome di Confraternita della Misericordia sotto il titolo di S. Giovanni Decollato, ebbe per scopo di fare ogni specie di opera di carità e di pietà sia verso i vivi, che verso i morti, a bene tanto dell'anima che del corpo, ed in special modo a riguardo dei condannati condotti all'ultimo supplizio. Nacque per spontanea benignità di alcuni, che in quei tempi feroci e violenti si unirono per confortare l'afflitta umanità; onde il Pontefice Innocenzo VIII con Bolla del 1490, approvando tale società la eresse giuridicamente a Confraternita, la quale per essere stata d'iniziativa di alcuni Fiorentini residenti in Roma, la nominò Nationis florentinorum; e tanto esso, che i suoi successori, la corredarono di molti privilegi e diritti, fra quali quello datole nel 1551, da Giulio III, cioè che li potesse trasmettere a qualunque altra simile Confraternita".

Nell'allora "piccola terra" di Avezzano non mancarono pure uomini pii e benemeriti, che si associarono all'esercizio delle opere suddette, e nel 1568, impetrarono ed ottennero dalla Confraternita Madre in Roma la trasmissione di tutte le grazie e privilegi, che dessa aveva avuti, e che in seguito avrebbe potuto avere. Il documento quindi, che a noi gelosamente tramandato, per vostro suggerimento è stato qui da me trascritto e tradotto, contiene appunto il decreto della menzionata trasmissione, e più le copie autenticate, come allegati, delle Bolle l'una di Giullo III, l'altra di Pio IV e del motu proprio di Pio V. Tale documento è prezioso sia dal lato storico, che per le grazie e privilegi, di cui i Romani Pontefici furono sempre liberali verso siffatta Istituzione, in guisa che Pio VIII, quando aboli il privilegio, che godevano alcuni luoghi Pii in Roma, di liberare in ogni anno un condannato a morte, lo volle conservato per eccezione alla Confraternita della Misericordia (Moroni, Il pag. 300).

Il documento suddetto è in pergamena a carattere del tempo, con sigle, senza punteggiatura; in alcuni punti si trova scorretto per ignoranza dell'amanuense, e lo scritto qua e là appena inintelligibile nelle piegature è del tutto cancellato. In tale condizione perciò mi sarebbe stato impossibile farne una trascrizione precisa e completa, se per collazionarlo non si fosse rinvenuto nel Bullarium Romanum il motu proprio di Pio V, e nell'archivio della Confraternita Madre in Roma le due Bolle l'una di Giullo III e l'altra di Pio IV. Nella traduzione infine ho procurato conservare per quanto possibile lo stile bollatico, come caratteristico del documento, e se tal volta me ne sono allontanato, ciò mi è stato necessario per raggiungere la dovuta chiarezza.
Del resto se questa mia fatica non risponderà interamente all'altrui desiderio, valgami il detto di Orazio " Ubi plurima in carmine nitent - Non paucis offendar maculis ". Avezzano 30 ottobre 1879 - Tommaso Brogi.

Dopo la soppressione definitiva del Convento con la legge del 17 febbraio 1861, la chiesa venne affidata, per vari anni, ad un Cappellano, stipendiato dal Comune, perché fosse custodita e vi si celebrassero le funzioni sacre principali, fino a quando non ne prese possesso la Confraternita della Misericordia, che ne ebbe cura diretta, provvedendo a quanto fosse necessario al la migliore e completa sua efficienza. Nell'anno 1912 il Vescovo dei Marsi, Pio Marcello Bagnoli, la eresse a Parrocchia, firmandone il relativo decreto il 30 dicembre, con il titolo di Arcipretura di San Giovanni Decollato in San Francesco, e se ne ebbe il regio placet il 26 ottobre 1913. Il primo Parroco prese possesso il 1 febbraio 1914: era un Sacerdote giovane e di grande valore, don Gioele Tudini da Pescasseroli, il quale mori sotto il crollo della sua chiesa, in quella tragica alba del 13 gennaio, ancora vestito dei paramenti sacri, mentre tornava dall'altare dopo la sua ultima celebrazione: un solo anno appena di attività parrocchiale, ma quanto bene dal suo seme ferace è derivato in chi ebbe la fortuna di avvicinarlo e di conoscerlo.

Gli successe don Giovanni Valente, da Villa San Sebastiano di Tagliacozzo, la cui carità fu l'ornamento più bello della sua figura di Sacerdote; e ne diede costante e luminosa prova, rivelandola fino al sacrificio, specie tra le rovine del terremoto, nel dolore dei superstiti, durante la trepida ricostruzione. La sua dolce e sincera parola, il suo immancabile, valido aiuto " con quel tacer pudico, che accetto il don ti fa", il tratto, signorilmente gioviale, gli permettevano di avvincere persone di ogni condizione sociale e di ogni, età.
Attualmente la parrocchia è retta da suo nipote, Don Giulio Lucidi, con mano sicura e sapiente esperienza.
 
[Dopo don Giulio Lucidi, dal 1979, la parrocchia è stata retta dal parroco don Pietro Raglione fino al settembre del 2002 ed ora dal suo successore don Francesco Tallarico.]

Note
(1) 1. C. GAVINI: opera citata - Vol. Il pag. 126.
(2) A. Di PIETRO: opera citata - pag. 178.
(3) A. L. ANTINORI: opera citata - Tomo Il, pag. 303.
(4) DANTE: Divina Commedia Purgatorio, Canto XII, vv. 16-18
(5) ERNESTO POMILIO: " Un dipinto pregevole: il Battesimo tratto da" Cinquant'anni di vita nei secoli di Storia " citato.
(6) BERNARDINO IATOSTE opera citata - pag. 18.
(7) MONS. RIDOLFI: Istoria Serafica - libro Il, pag. 277.
(8) CARMINE CIRILLO: Poche parole a pro de' Padri Conventuali in Avezzano (In 4' piccolo di pagine 13 numerate) pubblicato il 20 luglio 1836 (non indicata la Casa Editrice).
(9) BERNARDINO IATOSTI: opera citata - pag. 24.

Avezzano e la sua storia ( Giovanni Pagani )

aggiornato al 30 marzo 2017
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